Riformare le autonomie locali, sono il primo vero handicap burocratico e di spesa

Se davvero ci fosse in Italia una seria considerazione di dati e statistiche già da un pezzo sarebbe cosa fatta la riforma delle autonomie locali, visto e considerato che l’articolazione dei comuni italiani offre, ormai, una fotografia dell’Italia peggio che  incongrua, fuori dal tempo, paradossale. E siccome non è semplicemente una questione formale, dal momento che la paradossale incongruenza del panorama degli oltre ottomila comuni italiani fa sì che da fattore propulsivo il complesso dei comuni agisca piuttosto da freno alla ripresa economica e all’ammodernamento dell’architettura istituzionale dell’Italia, il consiglio che mi sentirei di dare al governo Letta-Alfano è proprio questo: cambiare dalla radice quell’intelaiatura dei comuni italiani che accoppiata all’inutilità delle province e all’asfissia (e afasia) burocratica delle regioni rappresenta una vera e propria palla al piede di ogni proposito di rinnovamento, di riforma e  progresso del Belpaese. di Roberto Volpi
16 AGO 20
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Se davvero ci fosse in Italia una seria considerazione di dati e statistiche già da un pezzo sarebbe cosa fatta la riforma delle autonomie locali, visto e considerato che l’articolazione dei comuni italiani offre, ormai, una fotografia dell’Italia peggio che incongrua, fuori dal tempo, paradossale. E siccome non è semplicemente una questione formale, dal momento che la paradossale incongruenza del panorama degli oltre ottomila comuni italiani fa sì che da fattore propulsivo il complesso dei comuni agisca piuttosto da freno alla ripresa economica e all’ammodernamento dell’architettura istituzionale dell’Italia, il consiglio che mi sentirei di dare al governo Letta-Alfano è proprio questo: cambiare dalla radice quell’intelaiatura dei comuni italiani che accoppiata all’inutilità delle province e all’asfissia (e afasia) burocratica delle regioni rappresenta una vera e propria palla al piede di ogni proposito di rinnovamento, di riforma e progresso del Belpaese.
I dati dicevo. Ecco quelli dell’ultimo censimento. Degli 8.092 comuni italiani ben 4.553, pari al 56,3 per cento di tutti i comuni, non arrivano a tremila abitanti e 5.702, pari al 70,5 per cento, non arrivano a cinquemila abitanti. Ciliegina sulla torta: 1.951 comuni, quasi un comune italiano su quattro, ha meno di mille abitanti e una media di abitanti pari a 544. Sembra di stare a Lilliput. Nell’ultimo quarto, per grandezza demografica, dei comuni italiani risiede meno dell’1,8 per cento della popolazione italiana. Nella seconda metà, sempre per grandezza demografica, dei comuni italiani risiede il 7,8 per cento della popolazione italiana. Domanda: dove vogliamo andare con una articolazione istituzionale di base, quella dove si misura con immediatezza l’efficienza dell’amministrazione pubblica e del rapporto cittadini-potere politico di questa fatta, che nemmeno nel secolo scorso s’è dimostrata gran che efficiente? E la proliferazione della burocrazia, dei funzionari, dei dirigenti, degli impiegati? Non è solo spesa, è lungaggine, pesantezza, bardatura normativa e funzionale che pesa sul paese. Pesa e costa, ripeto. E’ fattore frenante, è l’impossibilità di innovare davvero perché ogni riforma, di ogni tipo, si troverà a impattare con una articolazione delle autonomie locali stretta tra comuni siffatti e 110 province 110, ch’è di per sé un inno all’irrazionalità, alla dispersione, all’entropia. Niente economie di scala, niente integrazione di servizi e funzioni, in Italia grazie a questa preistorica distribuzione dei comuni tutto si svolge all’insegna del fai da te e dell’arte di arrangiarsi.
E non ci si venga a dire che però nei comuni di piccole e peggio ancora di piccolissime dimensioni se togli sindaco e sede comunale che ti rimane? A chi ti rivolgi? Come trovi soddisfazione alle tue domande, ai tuoi bisogni di servizi? Perché si dà il caso che da decenni la popolazione di quei comuni abbia maggiori difficoltà ad accedere a farmacie, pronto soccorso ospedalieri, negozi di tutti i tipi, supermercati, sportelli delle aziende del gas e dell’energia elettrica, scuole elementari e soprattutto medie e di collegamento coi mezzi pubblici. Praticamente, l’unico vantaggio è proprio l’accesso agli uffici comunali – che, come ciascuno capisce, possono essere benissimo surrogati oggi come oggi da sedi distaccate di comuni maggiori e collegamenti a distanza con gli uffici di quegli stessi comuni. Anzi, una spinta all’espansione e all’utilizzo innovativo dei servizi in rete nella Pubblica amministrazione verrebbe proprio da una complessiva rimodulazione e integrazione dei comuni italiani, che comporterebbe guadagni di tutti i tipi. Senza niente togliere alle famiglie di quei comuni che, detto per inciso, sono quelle che, stante la superpresenza di anziani e la sottorappresentanza di bambini e giovani, vantano mediamente una migliore situazione economica e una più soddisfacente tenuta delle loro risorse di fronte alla crisi.
Se davvero ci fosse in Italia una seria considerazione di dati e statistiche già da un pezzo sarebbe cosa fatta la riforma delle autonomie locali, visto e considerato che l’articolazione dei comuni italiani offre, ormai, una fotografia dell’Italia peggio che incongrua, fuori dal tempo, paradossale. E siccome non è semplicemente una questione formale, dal momento che la paradossale incongruenza del panorama degli oltre ottomila comuni italiani fa sì che da fattore propulsivo il complesso dei comuni agisca piuttosto da freno alla ripresa economica e all’ammodernamento dell’architettura istituzionale dell’Italia, il consiglio che mi sentirei di dare al governo Letta-Alfano è proprio questo: cambiare dalla radice quell’intelaiatura dei comuni italiani che accoppiata all’inutilità delle province e all’asfissia (e afasia) burocratica delle regioni rappresenta una vera e propria palla al piede di ogni proposito di rinnovamento, di riforma e progresso del Belpaese.
I dati dicevo. Ecco quelli dell’ultimo censimento. Degli 8.092 comuni italiani ben 4.553, pari al 56,3 per cento di tutti i comuni, non arrivano a tremila abitanti e 5.702, pari al 70,5 per cento, non arrivano a cinquemila abitanti. Ciliegina sulla torta: 1.951 comuni, quasi un comune italiano su quattro, ha meno di mille abitanti e una media di abitanti pari a 544. Sembra di stare a Lilliput. Nell’ultimo quarto, per grandezza demografica, dei comuni italiani risiede meno dell’1,8 per cento della popolazione italiana. Nella seconda metà, sempre per grandezza demografica, dei comuni italiani risiede il 7,8 per cento della popolazione italiana. Domanda: dove vogliamo andare con una articolazione istituzionale di base, quella dove si misura con immediatezza l’efficienza dell’amministrazione pubblica e del rapporto cittadini-potere politico di questa fatta, che nemmeno nel secolo scorso s’è dimostrata gran che efficiente? E la proliferazione della burocrazia, dei funzionari, dei dirigenti, degli impiegati? Non è solo spesa, è lungaggine, pesantezza, bardatura normativa e funzionale che pesa sul paese. Pesa e costa, ripeto. E’ fattore frenante, è l’impossibilità di innovare davvero perché ogni riforma, di ogni tipo, si troverà a impattare con una articolazione delle autonomie locali stretta tra comuni siffatti e 110 province 110, ch’è di per sé un inno all’irrazionalità, alla dispersione, all’entropia. Niente economie di scala, niente integrazione di servizi e funzioni, in Italia grazie a questa preistorica distribuzione dei comuni tutto si svolge all’insegna del fai da te e dell’arte di arrangiarsi.
E non ci si venga a dire che però nei comuni di piccole e peggio ancora di piccolissime dimensioni se togli sindaco e sede comunale che ti rimane? A chi ti rivolgi? Come trovi soddisfazione alle tue domande, ai tuoi bisogni di servizi? Perché si dà il caso che da decenni la popolazione di quei comuni abbia maggiori difficoltà ad accedere a farmacie, pronto soccorso ospedalieri, negozi di tutti i tipi, supermercati, sportelli delle aziende del gas e dell’energia elettrica, scuole elementari e soprattutto medie e di collegamento coi mezzi pubblici. Praticamente, l’unico vantaggio è proprio l’accesso agli uffici comunali – che, come ciascuno capisce, possono essere benissimo surrogati oggi come oggi da sedi distaccate di comuni maggiori e collegamenti a distanza con gli uffici di quegli stessi comuni. Anzi, una spinta all’espansione e all’utilizzo innovativo dei servizi in rete nella Pubblica amministrazione verrebbe proprio da una complessiva rimodulazione e integrazione dei comuni italiani, che comporterebbe guadagni di tutti i tipi. Senza niente togliere alle famiglie di quei comuni che, detto per inciso, sono quelle che, stante la superpresenza di anziani e la sottorappresentanza di bambini e giovani, vantano mediamente una migliore situazione economica e una più soddisfacente tenuta delle loro risorse di fronte alla crisi.
di Roberto Volpi